Un altoforno non ha bisogno di una cokeria a fianco. Il coke è una merce che viaggia via nave. Taranto ha un porto industriale attaccato allo stabilimento. E l'Ilva stessa ha già importato coke nei periodi in cui le batterie erano ferme.
Cosa si ottiene? La sorgente più grave per la salute sparisce subito, non tra dieci anni. Gli altiforni e l'acciaieria continuano a lavorare, e con loro l'indotto. Le risorse, i soldi e i cantieri si concentrano su due soli interventi: incapsulare e aspirare l'agglomerato, e depolverare da tetto l'acciaieria. E sparisce anche l'area con più amianto e più impianti obsoleti da bonificare.
Cosa costa? Il coke importato costa più di quello prodotto in casa: indicativamente tra cinquanta e cento euro in più per ogni tonnellata di acciaio. E si dipende da fornitori esteri, come Polonia, Colombia o Cina. Sui volumi attuali, già ridotti, è un sovraccosto sostenibile con un sostegno pubblico transitorio. Ed è molto più economico di una chiusura totale o di anni di cassa integrazione. Gli addetti alle cokerie possono essere spostati sulla bonifica e sui cantieri della decarbonizzazione.
Il secondo pezzo della proposta guarda avanti. Il piano industriale prevede di sostituire il ciclo integrale con forni elettrici alimentati a preridotto. Ma invece di costruire un altro grande impianto a Taranto, si può importare il preridotto già pronto, dal Nord Africa o dal Golfo, dove il gas costa un terzo. Si taglia il tempo della transizione e si evita un altro grande impianto in città.
Perché nessuno lo propone? Perché il coke prodotto in casa è la vera miniera economica del ciclo integrale, e nessun gestore rinuncia volontariamente al pezzo che gli fa guadagnare di più.
Ma oggi la scelta non è tra guadagnare di più o di meno. La scelta è tra fermare tutto il 28 ottobre e sacrificare il reparto peggiore. E la seconda è l'unica proposta sul tavolo che tiene insieme la salute di Taranto e il lavoro di chi ci vive.
[Chiusura: "Ex Ilva: la salute prima, ma senza chiudere tutto"]